Stars are shining above

Apro la finestra, e guardo su, ma le stelle in cielo non ci sono.
Non posso fare a meno di allontanarmi un attimo dai libri e da quella stramassa di fogli che ricopre ogni cosa sulla mia scrivania.
Formule chimiche, equazioni cinetiche, equilibrio chimico, calcoli di moli e di quantità di energia spesa per formare un composto. Per non parlare di reazioni di ossidoriduzione e qualche altro esercizio di cui al momento non ho coscienza.

Il fatto è che in quel disordine ci vedo un po’ quello che ho al momento, solo tanto disordine. La gente, se si fa sentire come sempre, è perchè ha bisogno, non per altro. E tutti quei fogli sono là e simboleggiano un esame che è arrivato troppo presto (solo una settimana per studiare) e che mi porterà quasi sicuramente all’avere delle lacune appena sarò davanti al foglio.

Allora apro la finestra e guardo su, il freddo mi arriva subito addosso, addosso a me che sono appena con una maglia di cotone a maniche lunghe perchè a furia di dimenarmi e scrivere e sassare fogli su altri fogli, chissà come, mi scaldo e quindi niente felpa.

Ma le stelle non ci sono. Anche loro, ogni tanto, vogliono starsene per conto proprio.

An end has a start

C’è una canzone che si intitola così, e in un attimo mi è venuto il pensiero che sarebbe stato giusto usarla come titolo del giorno.

“Some things should be simple
Even an end has a start”

Sono quelle cose, quelle piccole cose che vedi una volta che ti volti, che capisci e che ti fanno sospirare. Non si tratta di nulla di che, perchè in fondo un paio di note rischiano anche di essere troppe in certi momenti. Sono quei piccoli dettagli. Prova a pensare: calcola i tempi di risposta e gli allegati, i pensieri errati e impersonali e ti accorgerai che una stanza non è abbastanza grande per contenere tutto, proprio come quando ti rendi conto che l’aria calda dei termosifoni ti ha attaccato il sistema circolatorio portando le tue orecchie ad ebollizione.

Come quei mille fogli sparsi sulla scrivania, senza un verso, ma tutti con un’utilità. Un’unità di recupero nel caso che la tua mente fallisse il recupero di un file. E libri e penne e appunti e appunti e appunti. Forse quelli, pur non appartenendo a noi direttamente, pur essendo solo appunti di lezioni che magari non ci sono nemmeno piaciute, raccontano più di quanto potremmo fare noi, così, su un blog, in una lettera, in un incontro dal vivo.
Almeno io che vivo la mia vita come se fosse un disordine, la penso così e mi ci ritrovo.
Come mettere la musica in shuffle e cambiare genere da un secondo all’altro con un semplice suono causato dallo scossare il lettore che stiamo utilizzando.

E allora si fa così, perchè ogni fine ha anche un inizio: si prendono una manciata di fogli e senza paura si mette in disordine la scrivania, si mette la musica in modalità casuale, ci si sceglie una sedia comoda e si parte. Si viaggia in mezzo ad un mondo che non sarà mai del tutto bello nè del tutto brutto, che avrà i suoi momenti positivi e, purtroppo, tanti altri negativi. Si mantiene la strada, si sta attenti alle sbandate e alle condizioni metereologiche. Un paio di occhiali per il sole, fanali accesi per la pioggia fitta, ruote termiche per la neve.

Bisognerebbe provare a non farsi influenzare da qualsiasi cosa ci appaia al lato, come pop-up pubblicitari e si fa del nostro meglio. Andiamo da una parte all’altra e prima o poi da qualche parte arriveremo.

E null’altro che non si possa riassumere in qualche passaggio di brani di Chopin o Čajkovskij.

Siate fieri di ciò che siete, rimanete felici se avete fatto anche solo una cosa buona e tenetevela stretta, non fatevela portare via. Siate felici.

C64

Piccolo pensiero, per un Natale che si avvicina. Nel 1982, fece la sua uscita il Commodore 64, uno dei primissimi computer, nonchè quello con il record di vendite maggiore ad oggi…
Un sogno per ogni appassionato di computer un po’ nostalgico!

Questo video che vi propongo era la demo con cui era presentato nei negozi e successivamente venduto…il tutto per augurarvi un buon periodo di Natale!

Sorry, I’m late

La strada è polverosa e da lontano la si vede unita all’orizzonte assieme a qualche montagna ancora difficile da scorgere. C’è questa polvere che si alza ad ogni passo, ad ogni singolo passo cadenzato dell’uomo con la barba incolta di qualche giorno che da giorni è in viaggio per cercare qualcosa, cosa non ci è dato saperlo.

Cammina e cammina, giorno e notte, dorme un paio d’ore quando gli va. La polvere, rossa, si alza ad ogni battito della suola. Lui passa e macina chilometri e chilometri ogni giorno. Le macchine passano, lo vedono e lo superano. In qualche modo rimane nei pensieri dei viaggiatori però. Questo personaggio che sembra più un senzatetto che altro, in mezzo a tutto questo rosso, in questa strada a due corsie che si perde nel sole del tramonto. Chissà dove va, chissà cosa cerca.

Nel suo zaino, un libro, un paio d’occhiali, una cartina del sud-ovest e una bottiglia d’acqua che riempie quando può. Passa e va, cerca e ricerca, ma da ogni cittadina che trova sulla strada se ne va in meno di un’ora, ancora a mani vuote. Col tempo che avanza, anche lui avanza di passo in passo verso una meta non definita. Spesso, quando passa una macchina con lo stereo acceso, lo si vede sorridere sotto la barba che sta inesorabilmente crescendo. Le scarpe si logorano, i muscoli si rafforzano, il corpo perde inevitabilmente peso a causa del tanto camminare. Ma lui continua, ancora, ogni tanto si cambia i vestiti e li lava in una di quelle lavanderie a gettoni.

Un giorno si potrebbe andare là e chiedergli, come ha fatto un tipo di trent’anni alla guida di una lamborghini arancione, “ma per quanto camminerai ancora? lo troverai prima che la strada finisca? riuscirai ad arrivare ad un punto in cui avrai ciò che desideri, senza essere prima giunto all’oceano?”; in quel caso, lui ha sorriso, gli ha stretto la mano e ha biascicato “gran bella macchina”, per poi continuare in quella camminata, che non è un passo normale, ma è una marcetta.

I chilometri al mare nel frattempo diminuiscono e si sente già il sapore del sale e della salsedine depositarsi tra le molecole d’acqua disperse nell’aria. Lui cammina e cammina, cercando se stesso, in mezzo ad una terra polverosa che conduce all’oceano e a lato di una stretta strada provinciale.

 

I think life is a long road…now, do you think you could find yourself?

Meno emissioni!

Uno come me non poteva non partecipare ad un iniziativa del genere!

Questo fantastico sito (www.doveconviene.it) permette di piantare un albero per il tuo blog e, calcoli alla mano, che permette di assorbire 50 anni di attività del blog stesso!

“Doveconviene.it, assieme a iplantatree.org, raccoglie i blogger sensibili alla tutela dell’ambiente e per ogni adesione garantisce la piantagione di un albero in una zona sotto processo di riforestazione.
Un blog o un sito internet producono in media circa 3,6 kg di CO2 l’anno, mentre un albero riesce ad assorbire dai 5 ai 10 kg di CO2 all’anno. Considerando che un albero vive in media 50 anni e che la partecipazione da parte dei blogger è totalmente gratuita, la convenienza e bontà dell’iniziativa è impareggiabile..
Partendo da questi presupposti doveconviene
, in associazione con iplantatree, garantisce che per ogni blog aderente all’iniziativa venga piantato un albero in zone sottoposte a progetti di riforestazione.


LA PARTECIPAZIONE E’ GRATUITA!


Doveconviene.it raccoglie in formato digitale i volantini di molte catene della grande distribuzione dando modo all’utente di avere tutte le informazioni sempre ed ovunque a disposizione.”

Un’idea stupenda senza dubbio. Per ulteriori informazioni controllare il loro sito o cliccare sul banner alla destra nel mio blog!

http://www.doveconviene.it/co2neutral/pianta-un-albero

Vediamo se, almeno nel piccolo, provandoci, riusciamo a salvare un po’ questo pianeta…

Plastic

Non so quanto capiti agli altri, a me a volte in questo periodo e anche in altri meno affollati di pensieri. Prende improvvisamente e nella mia mente c’è una serie di immagini che scorrono come impazzite. Ricordi sottoforma di immagini che vanno dal minimo particolare di un lenzuolo al singolo capello alla singola parola. Non so come, nè so come mai, ma  fa tutto uno strano effetto. Senza rendermene conto viaggio dentro a cose che avevo lasciato in una scatola, nascosta al campo dei ricordi, nella mia testa. Poi puff, eccola riapparire, un po’ impolverata e pronta da rispolverare. Una scatola, magari quella di una vecchia confezione di biscotti che ha più da raccontare che di molte persone della propria vita. Era lì nascosta nella mia testa e adesso mi fa ricordare di cose che, a dirla tutta, magari non pensavo nemmeno di aver registrato. Cose semplici, minuscole, come la minima onda sul lungomare che sbatte e si distrugge, si infrange totalmente sulle rocce. Quello che è, in fondo, è un qualcosa che sai che in fondo nella scatola tornerà ed è un peccato, perchè sono cose che, metti per una improvvisa muffa che colpisce l’angolino dove la lasci, metti per un sovraccarico di pensieri, magari viene eliminata, oppure semplicemente sommersa da altre scatole, perchè comunque chissà quante altre scatole di quelle dovrò fare ancora prima di trovare un modo per sistemare ciò che importa. Ma intanto ci sono ancora tramonti, profumi (che rendono anche nelle immagini), treni, scarpe, canzoni, film che prima di mandare al dimenticatoio voglio rivedere, almeno un’altra volta.

In fondo per tutto c’è una strada in salita all’inizio. Il difficile (a volte quasi impossibile) è arrivare su, con il fiatone, sudati e stanchi, magari. Poi a scendere è tutto più semplice, ciò che va su deve tornare giù, veniva detto condito da un po’ di karma fino a un po’ di tempo fa. Basta non dimenticarsi proprio di tutto, le scatole le puoi sempre fare e rivedere e svuotare e riempire, ma dipende sempre e soltanto da ciò che realmente si voglia. E io, credo che quando la scatola è stata chiusa con lo scotch, è il caso di non pensarci più. Come qualche semplice proprietà da ricordarsi e che poi rimane lì sottopelle pronta ad uscire quando meno te lo aspetti e più ti serve, anche quel cubo di cartone lo saprai ritrovare se ci sarà bisogno. Chissà, davanti c’è un quaderno aperto e tanto tanto inchiostro da usare.

“potrai sempre dire che non era più il tempo o che forse era un mondo sbagliato”

Noise

Non so cosa sia stato, neppure se e quando sia venuto. Credo fosse stata parte di una stanchezza pregressa, in parte riscontrabile nelle vesciche delle camminate, in parte invece riscontrabili altrimenti da piccoli segnali. Non so, il rumore era incredibile. La situazione forse intollerabile. Eppure la luce filtrava attraverso le parole, le tagliava e gli occhi si godevano una vista spettacolare. Il rosso diventava giallo, castano chiaro, e gli occhi si chiudevano per la troppa luce che veniva emanata. C’era qualcosa lì in quel momento che tirava da una parte, c’era qualcosa che chiedeva. Però tutti ci dobbiamo svegliare a un certo punto, chi prima chi poi. E capire quando poi una cosa dall’impossibile può diventare possibile. E non era questo nè il caso nè l’occasione. Sarà stata la stanchezza, sarà stato il rumore. Sarà stata qualche parola e qualche occhiata qua e là. Ma in fondo, non ha praticamente altro senso. E come tante volte, come troppe cose, una parte di te rimane là, sapendo che a uscire da quell’attimo, da quel sogno, da quella realtà che era dentro la tua testa e non fuori, oltre a un po’ di fastidio interiore, ti porterà poi a un cambiamento. E, uscito da quel sottopasso, forse sei diverso. Forse…

i tempi cambiano anche, ma tu? Col tempo cos’è cambiato?

E’ solo una debole luce autunnale che batte su un giardinetto interno di un palazzo in centro. E qualche nota di una fisarmonica che rimane intrappolata nei mattoni, nelle mura, nei fili d’erba.

Box

Tac, come un interruttore che scatta. Un profumo, un pensiero, un ricordo. Trentasei denti che sorridono tutti assieme, un po’ troppo velocemente per poterli campionare uno per uno e tenerne conto. Come un pizzicotto, con una grande forza in un brevissimo istante, ti entrano dentro vecchi pensieri. Ma, per quanto scriveresti, nulla ha molto senso, per quanto ripenseresti, per quanto ti crogioleresti dentro, è una cosa ormai a posto. E’ così, è così che va bene. Riguardi la stanza, come se cercassi soltanto l’interruttore, e, dì la verità, un sorriso ti scappa. Poi, spegni quell’interruttore, ritorna tutto come prima, nulla è diverso insomma. Ma se vai a toccare la lampadina, oppure ascolti bene il neon, senti che o è ancora calda, oppure scricchiola ancora un po’.

E in sottofondo la senti la radio che trasmette finalmente De Andrè.

Where do you want to go today?

Tutti ormai usiamo un computer. Anzi, tutti ormai organizziamo la nostra vita con un computer. Almeno una volta al giorno lo accendiamo, controlliamo la posta, andiamo su Facebook, Twitter, Plus, WordPress, blogger, Youtube…
E tutti abbiamo davanti molto probabilmente un computer così detto (almeno tanto tempo fa) IBM compatibile, cioè un computer con sopra installato Windows. Chi avrà 7, chi Vista (povero lui! Come lo compatisco, ce l’ho avuto per un anno anch’io!), chi XP. E poi certo ci sarà anche chi avrà il suo Mac (e un rene in meno, per poterselo pagare) e chi la sua distro di Linux che nulla ha da invidiare agli altri.
Ma, a differenza di com’è ora, una volta era diverso…cioè, ricordo quando uscì Windows 98 e il boom che ci fu. Avevo a quei tempi un Windows 3.1 che funzionava a floppy (che bei giochi che avevo in 1,44 MB – la metà di una foto fatta con una macchina fotografica digitale) e anche noi comprammo un computer nuovo incitati da questo Windows 98 che prometteva tanto. Quando inserivi il disco, dentro c’era anche un video. La meraviglia di vedere un video sul computer! Ma soprattutto il contenuto del video. C’era quest’animazione piena di immagini, illustava giochi, il primo Internet Explorer, ma soprattutto lo slogan di Windows che apriva la mente di tutti i suoi utenti: “Where do you want to go today?” (“Dove vuoi andare oggi?” – per chi l’inglese non lo mastica o non lo digerisce). Che bello, tramite un computer girare il mondo, poter connettersi con persone distanti migliaia e migliaia di kilometri, trovare su questa rete chiamata internet tutte le informazioni di cui uno aveva bisogno, avere una connessione aperta nei giochi e sfidare un ragazzo americano a Fifa 98 o a Formula 1. Insomma, all’improvviso, come se si fosse aperta una porta e una forte corrente fosse arrivata addosso, una corrente fresca, come quelle primaverili e un sole ti accogliesse. Un cambiamento che probabilmente ha rivoluzionato in modo permanente il mondo, perchè quando mai un computer si è più rivoluzionato tanto?
Quindi, cari lettori, ditemi…

Dove volete andare oggi?

Vi auguro di poter vivere la vostra vita sempre con quel brivido di novità e piacere che Windows 98 ha creato in molte di quelle persone che non sapevano ancora usare bene un Mouse. In bocca al lupo per tutto,

il vostro (finito e sfinito) blogger Francesco

Rustic

La linea della luce sale, sempre di più. L’aria, completamente intrisa da un odore di crocchette e di rosticceria impedisce alla testa di non pensare alla fame, ma permette di pensare anche ad altro. E’ una giornata fresca e passata all’interno di quattro mura con un paio di occhiali, dei libri (sia di piacere sia di dovere) e della luce. Poi sono uscito fuori e, per essere il 15 Luglio, sembra di trovarsi al 25 Agosto, con quel po’ di tristezza che porta il fatto di un’estate terminata. Amarezza, sarebbe più giusto. Uno schermo luminoso nulla può alla luce che riempie tutto il terrazzo e gli insetti, ciondolanti in giro, disturbano come sempre gambe e braccia. C’è quel qualcosa, quella parte intangibile, che non sai nemmeno di cosa si tratti, ma che manca. Una folata di vento porta altro profumo di crocchette fritte, alle sei e passa c’è qualcuno che cuoce. E’ fine pomeriggio e davvero ricorda di quelle giornate passate in riva al mare fino a sera tardi, fino a quando il sole non tramonta di sbieco sull’acqua illuminando tutto di un forte arancione. Giornate di pensieri giornate di mare, giornate di luce. E questo vento sembra un’onda che si abbatte, si infrange, si distrugge, sulle tue gambe (martoriate però da zanzare e zanzare tigri, che giacciono anche a terra colpite da manate). Ed è un altro soffio che porta la malinconia di una stanza, di un sole visto nascere e di un treno preso per una decina di minuti verso Venezia S. Lucia, così, andando verso il sole, cercando di raggiungerlo mentre si erge in cielo. Un colore che per molti aspetti ricorda anche quest’arancione che fra poco si presenterà a noi, purtroppo dietro di me, ma scavalcherò e salterò sul tetto pur di vederlo. E colline e colline, sovrastate da bianche nuvole e visibili sin da lontano. In una parola tutto ciò che penso è Futuro, godendomi però un ottimo clima che quasi ti fa venire in mente milioni di ricordi, alcuni dei quali hanno un sapore dolciastro.